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«Ridatemi il calcio E senza elemosine» «Da ct delle giovanili non accettavo consigli e davo le convocazioni direttamente al segretario...»
«Ho letto quel che ha detto Conti, ma io non ho mai bussato, pur avendo lasciato una gamba per la Roma»
«Allenerei anche un club, ma chi mi chiama? Non sono come certi conigli o altri uomini di latta»
«A Totti auguro ogni bene. Io quando rientrai temevo i falli da dietro, spero che per lui sia diverso»
«Voglio incontrare Guido Rossi: non voglio che gli parlino di me quei dirigenti che contestavo e che ho ritrovato in tutte quelle intercettazioni»
Stefano Petrucci Nel vortice del marcio, paga per ora il più pulito. Ha un contratto che scade a fine mese e nessuno lo cerca, ha chiesto un incontro e nessuno s'è fatto vivo. Come si sente, Francesco Rocca? «Avvilito. Sento parlare di un calcio finalmente proiettato a recuperare moralità, trasparenza, rigore. Sono i miei valori, da sempre. Eppure per il momento non si è fatto vivo nessuno, dalla federazione per la quale lavoro da ventiquattro anni». S'è fatto vivo in qualche modo Bruno Conti, dicendo di aver pensato anche a lei, per la Roma. «Io Bruno lo ringrazio, ma voglio essere chiaro. Non ho mai chiesto niente, nemmeno alla società cui ho dato tutto me stesso. Anche se con la Roma non mi lasciai bene. Andai a lavorare nella Figc, nel 1983, proprio perché non mi rinnovarono la fiducia. Fu una grande amarezza, ma in tutti questi anni non me ne sono mai lamentato. Non mi pento di quello che ho fatto, sia chiaro: giocare per la Roma, la mia unica squadra, è stato un dovere e un piacere. Certo, sentirsi legati a una bandiera con centinaia di migliaia di euro in tasca è più facile che farlo dall'esterno, con uno stipendio modesto e dopo aver praticamente perso una gamba all'ombra della stessa bandiera. Avrei potuto vivere di rendita, piangere sul mio infortunio sotto la curva, sfruttare il mio nome. Ma non fa per me. Io credo nella professionalità e nel sacrificio, non nella fama da sfruttare. E oggi non voglio elemosine, come non ve ho volute ieri. Scelgo io dove, come e quando lavorare. Mi sono sentito paragonare a Giannini e a Chierico: con tutto il rispetto, credo di avere studiato e fatto molto di più, in panchina e fuori». Torniamo alla Federcalcio. Come cominciò? «Mi chiamò Artemio Franchi, nell'83, su segnalazione dei docenti di Coverciano di allora: avevo appena superato il Supercorso. Franchi morì di lì a pochi mesi in un incidente, ma il segretario Borgogno diede seguito alla sua volontà. Mi ingaggiarono a settembre, per l'Under 15. Guadagnavo 15 milioni all'anno, oggi sono a 80 mila euro. Lordi. Non ho mai avuto un contratto più lungo di una stagione: a ogni scadenza, un rinnovo di dodici mesi. Un incubo? Beh, insomma: io credo nella meritocrazia, visti i risultati che portavo a casa non ho mai avuto paura di essere licenziato. Fossi fallito, avrei subito tolto il disturbo. Peccato che, col tempo, ho capito che i risultati non bastano. Anzi, spesso proprio non servono». E' stato con Innocenzo Mazzini, il suo grande contestatore? «E' stato con quelli che stanno scritti su pagine e pagine di intercettazioni. I nomi ormai li sanno tutti. E oggi è facile contestarli. Io li ho contestati col lavoro, rischiando il posto e la reputazione, quando venivano a farmi la morale, a dirmi che ero eccessivo, che la mia severità disturbava le società e i giocatori». Ma cos'era che dava tanto fastidio in lei, Rocca? «L'impossibilità di sottomettermi. Meglio: di normalizzarmi. Io, a differenza di tanti, non ero un c.t. che informava i dirigenti prima di fare una convocazione. Non telefonavo a nessuno, non accettavo consigli né tanto meno imposizioni. Buttavo giù il mio elenco e lo passavo al segretario perché lo comunicasse alla federazione. Nel pieno rispetto delle regole. Non ho mai messo piede a Trigoria, ad esempio, perché per me è conflitto di interessi: io faccio il mio lavoro per la federazione, non sono pagato per confrontarmi con le società. Anzi, semmai devo fare il contrario». Lippi c'è andato, a Trigoria… «Io parlo solo per me. Ho spiegato come mi comportavo. Nessun compromesso. C'era un sistema? Io andavo avanti per la mia strada». E Mazzini non gradiva, arrivò a minacciarla di licenziamento. «Se è per questo, non doveva gradire nessuno. Io ho sempre convocato giocatori, non dirigenti. E quanto al licenziamento, quello arrivò. Avevo appena portato l'Under 17 a un risultato storico, la qualificazione ai Mondiali, fui umiliato con l'offerta di andare a guidare la nazionale femminile. Io che avevo fatto il vice di Maldini, di Vicini, di Sacchi, di Zoff… Fui recuperato grazie alla lettera che i ragazzi dell'Under 17 inviarono a Carraro. Capite? Salvato da quelli che, secondo alcuni, io massacravo con le mie follie. Chi mi conosce impara ad apprezzarmi. Guardate Daniele De Rossi. Ci fu un problema con lui, in nazionale: comportamenti che non potevo accettare. Lo allontanai, a distanza di anni so che mi ha ringraziato, che ha ammesso che l'ho aiutato a crescere». E adesso? «E adesso spero che la Figc mi restituisca quanto mi è stato estorto. Il mio lavoro non è mai stato premiato, se è vero che si vuole cambiare non vedo perché dovrebbero mettere alla porta proprio chi predica da sempre pulizia, moralità, serietà. Di sicuro voglio parlare con Guido Rossi, da solo. Non voglio che gli parli di me chi mi ha appiccicato l'etichetta del matto, chi lavorava per dirigenti di cui ora tutti conoscono la vera faccia. Semmai mi preoccupa che, attorno, il commissario abbia troppe persone che collaboravano con chi oggi non dovrebbe nemmeno uscire di casa». Allenerebbe un club? «Certo. Ma chi mi chiama? Ho fatto un giro di telefonate, tra procuratori. La mia nomea è quella che mi hanno costruito. Uno stakanovista che si alza all'alba, che fa lavorare i giocatori, che ne cura la dieta quanto i comportamenti, che impone il rispetto delle regole e dei ruoli. Sono difetti, questi? E quali sarebbero i pregi di un allenatore, invece? Quelli dei miei pseudocolleghi che dicono di lavorare per il futuro della loro squadra e poi scappano come conigli? Quelli di chi passa per sergente di ferro e non è nemmeno di latta? Quelli dei ‘'maestri'' che si fanno mettere le mani addosso dai giocatori? O quelli di chi si è ritrovato subito al volante di una Ferrari, mentre gente come me viaggia da anni in Cinquecento? O dei pagliacci che fino a ieri andavano in tivù a sparlare della Roma, imbeccati dai loro padroni, dopo aver sfilato sotto la curva Sud con la sciarpa giallorossa al collo?». Sembra l'identikit di molti allenatori famosi, da Capello a Mancini a Graziani… «Insisto: nomi non ne faccio. Se qualcuno si sente toccato, mi chiami: a quattr'occhi, non avrò problemi a essere ancora più chiaro. Mi fa schifo chi oggi cerca di farsi una verginità, prendendo le distanze da chi ha largamente contribuito a regalargli fama e quattrini. Voglio proprio vedere quanti di quelli che portano a casa milioni di euro all'anno senza meritarlo possono prendersela con chi da una vita fa la gavetta, pur avendo dimostrato - sul campo - di sapere il fatto suo». Si sente vicino a uno come Zeman? «Ne ammiro il coraggio. Ma io mi ritengo ancora più integralista. Lui in fondo ha conosciuto ugualmente il professionismo ai massimi livelli: con tutto il rispetto per la coerenza e la rettitudine morale, è più facile fare certe scelte quando il conto in banca è robusto. E quando attorno puoi godere della massima visibilità: io vengo da anni di oscuramento». Ha mai incontrato Moggi, in questi anni? «Solo da direttore generale della Roma, quando giocavo. In federazione, mai. Tanto, a leggere le intercettazioni, mi pare che non avesse nemmeno il bisogno di venirci, per comandare». Siamo a un passo dai Mondiali: vuole mandare un messaggio a Totti? «Gli auguro ogni bene. Soprattutto, che non gli capiti quello che è successo a me: quando rientrai dopo l'infortunio, avevo paura dei contrasti da dietro. Ecco: spero possa stare tranquillo, quando il gioco si farà davvero duro». Il suo futuro? «Non chiedo che di essere ascoltato e valutato per quello che sono. E spero la Federcalcio volti davvero pagina, che alla guida delle nazionali non vadano sempre e solo allenatori che vengono dalla stessa parte». Parliamo degli ex juventini Tardelli e Gentile all'Under 21 e Trapattoni e Lippi alla nazionale A? «Parliamo di quello che è sotto gli occhi di tutti. E che spero qualcuno abbia finalmente la voglia e la forza di cambiare».
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