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LONDRA - Mentre governi occidentali e singoli donatori si sforzano di intervenire nei paesi poveri, un pugno di speculatori rapaci e privi di scrupoli mettono a segno enormi profitti comprando a prezzi stracciati quote di debito di quegli stessi paesi, stretti nella morsa della guerra o di una catastrofe naturale. Il loro "grimaldello" si chiama "vulture funds", i "fondi avvoltoio", che lucrano alle spalle di intere popolazioni. Appena questi paesi cominciano a riprendersi, i gestori dei fondi li trascinano in tribunale e pretendono la restituzione con gli interessi, in alcuni casi (sottolinea Nigrizia 1) imponendo il congelamento dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo.
Il Regno Unito punisce gli speculatori. Nella maggioranza dei casi i "fondi avvoltoio" (che sono di per sé perfettamente legali) fanno causa nei tribunali occidentali, considerati più "sensibili" nei confronti di chi rivendica un credito. Ma di recente si sono moltiplicate le pressioni per impedire che l'avidità degli speculatori vanifichi l'impegno della cooperazione internazionale, tanto che gli speculatori hanno cominciato a perdere alcune partite. Nel 2010, la Gran Bretagna ha approvato una legge che impedisce agli "avvoltoi" di presentare ricorso contro i debitori nei suoi tribunali; negli Stati Uniti ci si accinge a fare altrettanto. Ma nella formulazione della norma britannica non si faceva esplicito riferimento all'Isola di Jersey (nel Canale della Manica) né alle Isole Vergini, e questo le ha di fatto esentate dall'applicare il provvedimento aprendo, nell'ombrello di protezione, una "falla" della quale gli speculatori hanno subito approfittato.
"Voglio 100 milioni dal Congo". Infatti, davanti al tribunale di Jersey (che dovrà pronunciarsi il mese prossimo) è in discussione la causa intentata dal finanziere Peter Grossman, che pretende 100 milioni di dollari dalla Repubblica Democratica del Congo - un paese, che nel recente Rapporto sullo sviluppo umano 2011 del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo 2 è annoverato all'ultimo posto - colpito da un'ennesima epidemia di colera, che con quella somma, secondo l'Unicef 3, potrebbe salvare 200mila bambini. Grossman aveva acquistato un debito iniziale di 3 milioni 300mila dollari dovuti al governo della ex Jugoslavia, per la costruzione di linee elettriche. "Non faccio niente di male, esigo la restituzione di un legittimo credito", ha detto quando è stato bloccato davanti alla sua casa di New York da un reporter della Bbc, che ha condotto assieme al "Guardian 4" un'ampia inchiesta su questo tema.
Un credito, oltre tutto, acquisito illegalmente. Secondo le testimonianze raccolte dai giornalisti, il finanziere avrebbe acquisito il credito in modo improprio. L'ex primo ministro Nedzad Brankovic agì illegalmente, secondo la guardia di finanza bosniaca, perché non aveva il diritto di vendere un credito che apparteneva allo Stato; nei suoi confronti è stata aperta un'inchiesta che però fino a questo momento non ha comportato alcun rinvio a giudizio. Prima di rivolgersi a Jersey, uno dei paradisi fiscali d'Europa, la FG Hemisphere, la società di investimenti di Grossman, aveva cercato invano di ottenere dal tribunale di Washington il sequestro dell'edificio in cui ha sede l'ambasciata del Congo; analogo risultato aveva ottenuto con tribunale di Hong Kong. Nel 2007, Grossman era riuscito a farsi riconoscere dal tribunale di Londra un risarcimento di 30 milioni ai danni del Congo, ma l'introduzione della legge sulla riduzione del debito nei confronti dei paesi HIPC (Heavily indebted poor countries) gli aveva impedito di far valere la propria causa in un tribunale britannico. La scappatoia legale che si è aperta a Jersey verrà discussa l'8 dicembre dal Privy Council, la corte d'appello del Commonwealth, che è un organismo consultivo del governo britannico. L'auspicio delle organizzazioni umanitarie è che la Gran Bretagna tappi questa falla, rendendo giustizia ai paesi del terzo mondo.
Coinvolti anche Sudan, Etiopia, Camerun... Se si pensa al denaro raccolto dalla solidarietà, il paragone con il volume d'affari dei "fondi avvoltoio" è desolante: il miliardo di dollari che hanno rastrellato in questi anni è pari a più del doppio dell'intero bilancio 2011 per l'Africa del Comitato Internazionale della Croce Rossa 5; un miliardo di dollari finanzierebbe l'intero ammontare della raccolta di fondi Onu per la carestia in Somalia, ed è oltre il doppio delle donazioni messe insieme da Save the Children lo scorso anno. Jubilee Debt Campaign 6, Oxfam 7e Christian Aid 8 sono alcune delle Ong che reclamano la messa al bando dei fondi avvoltoio: "Sarebbe catastrofico non abolire le scappatoie legali che gli permettono di operare - commenta Tim Jones di JDC - I paradisi fiscali come Jersey sono sede di transazioni pericolose e fuori controllo". Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale hanno evidenziato che diversi paesi si dibattono nelle spire dei "fondi avvoltoio", dal Camerun all'Etiopia, dal Sudan all'Uganda, e hanno valutato in un miliardo 470 milioni di dollari l'ammontare complessivo dei risarcimenti pretesi dai paesi più poveri del mondo.
I mali che non si riescono a sanare. E' scandaloso, commentano i cooperanti di Oxfam, che mentre il resto del mondo si impegna in modo solidale per contribuire alla rinascita di questi paesi un manipolo di speculatori possa approfittare di scappatoie legali per estorcere milioni di dollari che potrebbero utilmente essere impiegati per mandare a scuola centinaia di migliaia di bambini e per ridurre drasticamente la mortalità infantile. In Congo, paese ricchissimo di risorse naturali (cobalto, diamanti, oro, rame, petrolio, coltan), ogni settimana muoiono di parto cento donne e ogni anno muoiono 16mila bambini sotto i 5 anni. I fondi che lucrano sul debito accumulato in trent'anni di guerra civile riescono ad intimidire anche i nuovi investitori: una società americana che progettava investimenti in Congo nel settore minerario si è ritirata dall'affare, lo scorso anno, dopo che uno di questi fondi speculativi gli aveva fatto causa per rivalersi dei crediti vantati con il governo congolese.
Ma chi sono gli speculatori? Il "Guardian" fa il nome di Michael Sheehan, direttore di Donegal International, che si compiace del soprannome di Goldfinger e ha un debole per le Cadillac. Nato come avvocato (ha esercitato a Washington e Kinshasa, la capitale del Congo), paradossalmente negli anni novanta ha lavorato come consulente di una Ong che si occupa della riduzione del debito del terzo mondo, prima di fondare la sua società di consulenza. Peter Grossman, ex consulente della Morgan Stanley, co-fondatore di FG Hemisphere, oggi FG Capital Management, è anche lui avvocato e consulente di società di investimento. Paul Singer, tra i principali finanziatori del Partito repubblicano americano, ha fondato la Elliott Management, la cui principale strategia di investimento è l'acquisto del debito di paesi in crisi; nel 1995 aveva acquisito il default del debito estero peruviano per 20 milioni di dollari, trascinando il governo in tribunale per riaverne 58. Una sua sussidiaria, la Kensington International, ha comprato a prezzo stracciato un debito congolese di 30 milioni di dollari, ricavandone più di cento di interessi fra il 2002 e il 2003. Singer è riuscito a ottenere il sequestro giudiziario di 39 milioni di ricavi petroliferi del Congo, e una società consorella, la NML Capital, sta cercando di recuperare 182 milioni di dollari dall'Argentina, forte di un credito acquisito prima del default del 2002.
Il programma per cancellare 90 miliardi. Nel 1996, paesi donatori e istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, con il lancio del programma HIPC, hanno cancellato più di 90 miliardi di debito dei paesi poveri: si trattava però di una iniziativa volontaria alla quale gli investitori privati non erano tenuti a partecipare, e i "fondi avvoltoio" hanno tranquillamente continuato a esigere la piena rifusione del debito. Nel 2007 i ministri delle finanze del G7 avevano espresso preoccupazione per il moltiplicarsi delle cause per risarcimento ai danni dei paesi del terzo mondo, e la Banca Mondiale ha definito questi "investimenti" "una minaccia per l'impegno internazionale di riduzione del debito". A partire da ottobre 2001 l'Italia ha cancellato bilateralmente 3,36 miliardi di euro di debito dei paesi HIPC.
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